Polinesia Francese Ottobre 2008

di Marco Sacchetti    [email protected]
Piccole grandi emozioni a Fakarava,Tuamotu.

(Iaorana:saluto tipico dei nativi in Polinesia)

Partiamo dopo aver consumato la solita lauta colazione.In fondo al pontile di legno ci attende una barchetta bianca,scoperta.L’unico membro dell’equipaggio è un polinesiano di origine francese dalla pelle scura,capelli neri a spazzola e baffetti alla Freddy Mercury,dall’aria simpatica.La quantità di passeggeri è ridotta;infatti,oltre a chi scrive e consorte,ci sono i nostri due amici in luna di miele e una ragazza americana bionda e tipicamente un po’ sovrappeso.Dopo qualche indugio iniziale del motore fuoribordo,prendiamo il mare,che ci accoglie col suo blu intenso.Il cielo non è propriamente sgombro,anzi una discreta velatura di alte nubi fa trapelare l’azzurro solo qua e là.Nembi di varia foggia coronano tutti gli orizzonti dell’atollo,ma non sembrano minacciosi.Navigando davanti al pass il moto ondoso si fa più mosso;è in questo frangente che ci raggiunge la seconda barca,più grande e veloce.Porta gli altri turisti,ben 12,che soggiornano all’hotel  Maitai e che si sono iscritti alla gita di oggi come noi,in sostituzione di quella di ieri al pass Tetamanu,saltata per il maltempo.In prossimità dell’isola che ci sta di fronte costeggiamo un francobollo d’isolotto con una palma al centro,molto probabilmente piantata da mano umana per fungere da riferimento,oppure solo per mera scenografia. Dopo le immancabili fotografie arriviamo finalmente alla spiaggia,dorata,a tratti rosea,che fronteggia una laguna molto larga,dove l’acqua non sale mai sopra il ginocchio. L’altra barca,essendo più pesante della nostra,lascia gli avventori proprio dove il livello inizia ad abbassarsi così da guadagnare la riva più facilmente.Dopo l’approdo la sua ciurma prende tosto verso l’immediata retrovia della battigia.Ritorna subito dopo gettando delle conchiglie ai nostri piedi.Una si rompe nell’impatto,rivelando al suo interno un grosso crostaceo.E’ un paguro dal nome pittoresco-Bernardo l’eremita-di colore rosso cremisi punteggiato di bianco e nero.Ne raccolgo uno ancora dentro al suo rifugio di madreperla e attendo che fuoriesca.Appena lo fa cerca di afferrarmi colle sue zampette pelose nonostante lo tenga da sopra.Monica mi scatta una foto,poi sono costretto a lasciare la presa dato che il mio rosaceo amico punge come uno spillo.Nel frattempo noto un polinesiano che,nell’acqua bassa,insegue un’ombra appena accentuata che si muove davanti a lui.L’ombra mi raggiunge.E’ un pesce-palla color sabbia coi puntini azzurri,lungo una trentina di centimetri.Riesco a bloccarlo addirittura con un piede,sembra molto disorientato.Il maori lo afferra allora dove non avrei mai creduto:dalle cavità oculari!Gli scatto una foto mentre lo tiene sollevato fuori dall’acqua.Poi lo rimette giù e lo riprende,questa volta in maniera più consona;il pesce mi mostra i suoi occhi offesi adesso,allibiti e carichi di un giallo molto acceso,frastornati ed espressivi in modo quantomeno anomalo.In acqua fugge via dopo qualche tentennamento;comprendo il suo sballo.C’è un’altra ombra che m’incuriosisce poco più in là:mi avvicino guardingo.A pochi passi da me c’è un piccolo squaletto,forse mezzo metro di lunghezza,che si accorge della mia presenza e scappa velocissimo.Non ne avevo mai visti di così piccoli,mettono tenerezza coi loro movimenti vivaci.E’ ora di ripartire,il nostro capitano ci richiama sul naviglio.Ci spostiamo adesso,ci dice lui col suo francese rapidissimo,alla laguna blu,letteralmente una piscina naturale di acqua trasparente dove scorazzano le razze e le tartarughe,ma di queste ultime non scorgeremo nemmeno un carapace purtroppo.Però,una volta deposti sul lido,è dall’altra parte,fra le palme,che la nostra attenzione viene attirata.Uno stretto canale ha di fatto creato una sorta di controlaguna,un lago all’interno del motu,dai colori splendidi e luminosi nel sole del mattino.Trovo subito sulla riva una conchiglietta marrone;è una ciprea testa di serpente,tanto desiderata dalla mia amica Monia come piccolo souvenir marino di Fakarava,così la chiamo e gliene faccio dono:ella me ne è grata.Abbiamo il permesso di fare snorkeling,così ci dotiamo immediatamente di tutto l’occorrente e ci immergiamo nell’acqua tiepida.Il livello non supera mai il metro e mezzo.Banchi di coralli di svariate forme,pesci colorati di diversa grandezza,pesci farfalla,angelo,pappagallo,balestra.Il solito corredo da giardino corallino polinesiano.Forse il tratto di fronte al nostro hotel è perfino migliore;l’escursione non sembra essere particolarmente memorabile…A pelo d’acqua sento Luca che mi chiama esclamando-“C’è uno squalo gigantesco qua!”-Sulle prime immagino che abbia visto un classico pinna-nera,forse un po’ più grande rispetto a quelli visti sinora durante le settimane precedenti della nostra vacanza.Mi avvicino tranquillo e curioso a lui,ma il mio amico e consorte hanno già dimezzato la distanza che ci separava con un ritmo vertiginoso,a dire il vero inscenando una ritirata un po’ buffa.Entrambi mi confermano ciò di cui hanno avuto così tanto timore,ma Luca mi sollecita ugualmente a tornare insieme sul luogo dell’avvistamento.Evidentemente,penso,si è reso conto pure lui di avere esagerato un tantino,la maschera spesso deforma sensibilmente la percezione delle dimensioni reali…L’amico mi indica un grosso blocco di corallo dove al di là il fondale diventa un po’ più profondo,l’acqua più scura.Intravedo in basso quella che potrebbe effettivamente sembrare la coda di un grosso pesce…e qui il ricordo si fa nebuloso,i tratti della realtà si confondono,perdono consistenza:come quando si vede una stella cadente,dopo alcuni secondi non si rammenta più bene quanto fosse grande o dove lasciò esattamente la sua scia.Ricordo questo:un enorme pesce,uno squalo dalla pelle grigia che si muove imponente,lo squalo più grosso,e azzarderei anche grasso,che abbia mai visto direttamente nel suo elemento,a pochi metri di distanza.Sicuramente impaurito,ma non più di me,terrorizzato e impietrito come di fronte a un incubo che si è infine concretizzato,il mostro che emerge direttamente dalla materia dei sogni.Nuoto alla disperata in direzione opposta a quella fiera dei mari,eppure…Eppure,passata la strizza iniziale,sono incuriosito,eccitato quasi dalla scarica adrenalinica provocata da quella visione subacquea.Questa volta mi approssimo alla tana del lupo con mia moglie e un temerario italiano,curioso anch’esso del motivo di tanto clamore da parte nostra,talaltro suoi conterranei perciò anche stimolato dallo scambio d’opinioni in lingua madre.E di nuovo il passaggio ravvicinato dello squalo provoca la scossa emotiva dei sensi,quasi a livello epidermico.Esaltato,con l’acqua che arriva all’addome,scambio punti di vista con i compagni intorno a me.Quando notiamo la sagoma scura che s’aggira nei pressi del punto fatidico,decidiamo di uscire dalla laguna.Osserviamo da fuori la sua superficie in maniera circospetta,consci di aver vissuto un’esperienza che non scorderemo facilmente,una di quelle di cui andare fieri,da raccontare e raccontarsi per molto tempo.Risaliamo sulla barca.Il ritorno è più travagliato dell’andata,il mare è mosso e il piccolo natante è costretto a sobbalzare sulle onde facendoci saltare sul sedile come fossimo pervasi da corrente elettrica.Il capitano ci ha fatto indossare dei ponchi di tela cerata per ripararci dagli schizzi,ma ora piove mentre siamo a metà percorso,così svolgono pure una doppia funzione.Per fortuna la pioggia dura poco.Un timido sole fa capolino talvolta a rischiarare il cielo,ed anche il mare sembra calmarsi alla sua vista.Durante il tragitto rifletto su ciò che mi è capitato di vedere.Probabilmente la reputazione degli squali è stata compromessa seriamente dal cinema,dai libri e dalle notizie sensazionalistiche dei telegiornali.Credo però essi serbino quell’aria minacciosa che li contraddistingue nel loro Dna di pesce maestoso,di predatore famelico e imprevedibile,è come un vestito che non possono togliersi di dosso e che li rende inconfondibili tra tutti gli esseri del mondo sommerso.Così mi accorgo che nell’arco di poche ore ho avuto la possibilità di incontrare lo squalo più piccolo e quello più grande che abbia mai visto nella mia vita.Penso che la situazione sia stata alquanto originale e questa volta veramente memorabile,senza ombra di dubbio.E,alla fine,penso un’altra cosa,un pensiero che sorge spontaneo e inevitabile:come i fiori dei cocktail bevuti a fine giornata per celebrare questa bellissima vacanza,gettati in mare vagano per il Pacifico portando frammenti del nostro cuore,così i momenti trascorsi quaggiù in Polinesia galleggeranno per sempre nell’oceano dei nostri ricordi.
Maururu,Polinesia.


Una giornata a Maupiti.

La mattina mi sveglio sempre molto presto, alle sei circa. Non vado in bagno subito. La prima cosa che faccio è aprire le tende della veranda e guardare fuori. Ed ogni volta rimango ammaliato. Alle prime luci dell’alba polinesiana ogni cosa è permeata di un’aura calda, mansueta e dolce, solo il vento scuote le piante del giardino ben curato in cui sono immersi i nostri bungalow di legno col tetto a punta. Davanti, spostato sulla destra, ho quello di Luca e Monia , i miei amici in viaggi di nozze. Di fronte, fra palme di vario fusto e ibiscus di colori diversi, tipiche tiare bianche e altre piante dai nomi esotici, spunta il mare cristallino della laguna, a nemmeno cento metri di distanza. La sua superficie è appena increspata. Possiede variazioni di blu e azzurro che pensavo non esistessero, che fossero solamente fotomontaggi delle guide turistiche per stupire chi guarda in maniera spropositata. Invece la realtà riesce a essere ancora migliore. Duecento metri di queste acque turchesi e smeraldine ci dividono dalla sponda rigogliosa di vegetazione dell’altro motu. Un cielo azzurro intenso sovrasta il tutto con le nubi candide che scorrono perennemente verso chissà dove. Allora apro la porta a vetri della veranda ed esco nell’aria mattutina che mi accarezza. Docile. Come tutto sembra esserlo qui in Polinesia. Persone, tranquille e sempre sorridenti, inclini al saluto ogni qualvolta le incontro. Uccelli, pesci, persino le zanzare pungono senza cattiveria, senza la ferocia che usano quelle occidentali. Anche i gechi non disturbano più di tanto le notti lunghe e silenziose. Notti così piene di stelle che le stesse costellazioni si confondono, non sono riconoscibili che da occhi esperti, solo la Via Lattea fende il firmamento in modo netto e imperioso. E perfino gli squali, quelli innocui di laguna, dalla pinna a punta nera, si avvicinano a riva solo a sera, dopo il tramonto, come cuccioli impauriti dalla presenza dell’uomo ma che ciò nonostante ne cercano la compagnia. Perfino le piccole murene color sabbia scappano intimorite quando calpestiamo il loro territorio appena entriamo in acqua, sgusciando veloci tra i coralli. A tre-quattrocento metri il rombo delle onde che si infrangono sulla barriera incombe in sottofondo. E’ l’oceano che spinge incessantemente alle porte dell’atollo, l’oceano paradossalmente Pacifico che vuole entrare e spezzare l’armonia di questi luoghi. Dopo l’usuale abbondante colazione decido di andare in canoa ad osservare da vicino la sua irruenza. Mentre mangiamo a quattro palmenti pane,burro e marmellata, arriva Janine, la matrona proprietaria della struttura. E’ un’anziana e placida donnona Maori dalla pelle olivastra, simpatica nel volerci insegnare col suo francese strascicato alcune parole in thaitienne, in polinesiano. Ricordo bene quella di uso più comune, maururu: grazie. Poi si intrattiene più loquacemente con la coppia di svizzeri arrivati ieri, gli unici altri coinquilini dell’intero villaggio. Un villaggio di soli sei bungalow. L’ultimo sorso di the ed è giunto il momento di mettere in atto ciò che mi ero prefissato. Io e Luca mettiamo in acqua le due canoe di plastica rossa e ci dirigiamo rapidamente verso il grande oceano. Il sole è già cocente. Dietro di noi si staglia il profilo severo e verdeggiante dell’isola centrale di Maupiti, col suo monte imponente che sembra fare da guardiano ai motu circostanti. Arriviamo a poche decine di metri dal limite esterno. Il rumore dei marosi è più forte e minaccioso adesso. Me ne sto immobile, senza pagaiare, nell’acqua limpida fra i coralli. Un piccolo essere che fronteggia spavaldo l’enormità del mare aperto. Potrebbe scaraventarmi nel buio dei suoi abissi, o buttarmi con violenza contro i suoi fondali  rocciosi, ne sono ben conscio. Eppure, impavido, lo fisso nei suoi occhi blu. Affondo nella sua contemplazione, ne vengo rapito. L’estasi di fronte alla maestosità della natura. Ancora qualche minuto, poi ritorno indietro. Il pomeriggio lo trascorro oziando e dormendo sonni spossanti. Alle 18 giunge il tramonto che indora tutto, la laguna è una tavola di brillantini luccicanti. Poi, la doccia con acqua fresca tonifica la pelle arrossata dal sole. Alle 19 si cena copiosamente, al solito a base di pesce, decisamente fresco di giornata. Il pane rimasto lo gettiamo ai piccoli pesci che si azzuffano vicino al piccolo molo dove è ancorata la barca che funge da mezzo di trasporto dell’isola. Qualche squaletto ci degna della sua presenza, timida e discreta. Sono quasi le 20,30 . Sembrano le 23. Morfeo obnubila la mente, significa che la giornata è finita. Andiamo a letto. Così scorre il tempo a Fare Pae Hao. Un ritmo blando. Un ritmo naturale.
 

……………….. A Maupiti.
Delicatezza.
Delle fronde che s’intersecano.
Del vento che scarmiglia le palme.
Delle acque turchesi della laguna, 
dolcemente increspate.
Del sorriso tenero dei maori.
Degli occhi che lievemente si chiudono,
mentre mi accarezza soave 
la brezza degli alisei,
quaggiù. Dall’altra parte del mondo.
A Maupiti.          (25 sett 08 )