MITI, MISTERI E LEGGENDE DELLE ISOLE FIJI:

L' UCCELLO DI MATAMANOA
Il mito riguarda una particolare specie di Procellaria notturna chiamata anche "uccello delle tempeste"

o "uccello di S.Pietro", un uccello che magicamente sembra quasi camminare sull'acqua !
Matamanoa e la vicina isola disabitata di Modriki sono le uniche due isole dove si stabilisce il volatile in Dicembre e dove alleva i piccoli, addestrandoli al volo fino alla loro partenza a metà Maggio.
Il mito di questo uccello è nato dal fatto che nessuno sa' svelare il mistero di dove migri dopo aver lasciato le due isole.
Questi uccelli fieri e regali sono estremamente timidi soprattutto quando si avvicinano gli esseri umani.
Gli adulti si cibano di alghe e plancton durante la bassa marea, generalmente di sera, mentre i più giovani integrano l'alimentazione con insetti e larve.
Durante le tempeste si riparano o nelle fessure della roccia o intorno al complesso del Resort a Matamanoa, permettendo agli uomini la loro rara vista ed avvisandoli del maltempo in avvicinamento.
Gli uccelli sono caratterizzati da un piumaggio nero con la parte sottostante più chiara.
Perchè abbiano scelto soltanto le isole di Modriki e di Matamanoa rimane un mistero. Forse considerano queste isole così belle e conformi ai loro bisogni da sentirle sicure per se e soprattutto per i loro piccoli. Gli abitanti dell' isola di Matamanoa sono così fieri e onorati di ospitare queste fantastiche creature da farne il proprio logo !


DAKUWAQA IL DIO-SQUALO
Uno delle più conosciute leggende Fijane è il mostro marino di Dakuwaqa.

Era il guardiano dell' entrata dei reefs delle isole ( i pass ), impavido, testardo ed invidioso.
Spesso cambiava d'aspetto, assumendo una forma di squalo con la quale viaggiava intorno alle isole per
combattere tutti gli altri guardiani dei reefs.
Un giorno si recò nell'arcipelago delle Lomaiviti e dopo aver combattuto con successo proseguì verso Suva. Qui incontrò un guardiano del reef che sfidato Dakuwaqa ingaggiò una lotta talmente cruenta da creare delle gigantesche onde che si riversarono sulla terra ferma, prima nell'imboccatura del fiume Rewa, poi nelle valli, sommergendole per parecchie miglia.
Dakuwaqa più volte vittorioso, continuò con le sue battaglie marine.
Vicino all' isola di Beqa un suo amico anziano, Masilaca, un altro Dio-squalo, gli parlò del grande valore
degli Dei che custodivano l' isola di Kadavu ed astutamente chiese a Dakuwaqa se avesse paura di loro.
Di scatto Dakuwaqa partì nervosamente alla volta dell'isola di Kadavu e avvicinandosi al reef scoprì che il pass era custodito da un'enorme piovra.
La piovra aveva quattro dei suoi tentacoli saldamente ancorati al corallo mentre gli altri quattro
li teneva in alto per sbarrare il passaggio. Dakuwaqa si diresse furiosamente nel passaggio rischiando la morte in quanto i tentacoli della piovra si avvilupparono intorno al suo corpo stritolandolo.
Realizzando di essere vicino alla morte, Dakuwaqa elemosinò misericordia e pietà chiedendo alla piovra
di avere risparmiata la vita in cambio della promessa di non nuocere mai nè all'isola di Kadavu, nè in nessuna altra parte nel mare delle Fiji. Così la piovra liberò Dakuwaqa che mantenne la sua promessa.
Da quel giorno la gente di Kadavu non ebbe più timore degli squali durante le battute di pesca o durante il nuoto.
Ancora oggi, quando i pescatori locali escono di notte per pescare versano con riverenza una
ciotola di Kava ( la magica bevanda ) nel mare per Dakuwaqa.
Gli alti capi di Cakaudrove sono considerati i discendenti diretti di Dakuwaqa ed un totem raffigurante uno squalo segue sempre questi ultimi durante le cerimonie ufficiali.


LA LEGGENDA DI DEGEI, IL DIO-SERPENTE
Il più potente degli Dei Fijiani era Degei, il Dio-serpente. All' inizio viveva da solo,

senza amici o compagni e l' unica creatura vivente che conosceva era Turukawa: il falcone.
Anche se il falcone non poteva parlare era l'unico compagno del Dio.
Un giorno Degei non trovò il suo amico e lo cercò dappertutto.
I giorni passarono finchè una mattina vide il falco che sedeva sopra un folto cespuglio d'erba. Felice, accolse calorosamente l' uccello, ma quest'ultimo ignorando completamente Degei, cominciò a costruirsi un nido.
Deluso, Degei tornò a casa. Il giorno seguente andò di nuovo al nido e trovò due uova.
Allora capì che il falco aveva trovato un compagno e che quindi aveva purtroppo perso il suo affetto.
Così prese le sue uova e le portò a casa e mantenendole calde con il suo corpo.
Dopo parecchie settimane di cova i gusci si aprirono e uscirono due corpi umani molto piccoli ( un bimbo ed una
bimba ). Degei gli costruì un riparo in un albero e diede loro del cibo.
Crebbero rapidamente anche se Degei non capiva molto di bambini: gli dava solo da mangiare quando avevano fame e gli parlava di tanto in tanto dei segreti della natura. Per alimentarli con più comodità piantò addirittura degli alberi di banano e delle radici intorno a loro.
Finalmente i bambini divennero adulti ma poichè Degei l'aveva cresciuti ai due lati opposti dell'albero, tra loro non si conoscevano, ed ognuno ignorava la presenza dell'altro !
Un giorno l' uomo lasciò il suo riparo ed incontrò finalmente la donna. Subito la strinse tra le sue braccia spiegandogli che Degei l'aveva procreati per stare insieme, amarsi e popolare la terra con i figli che sarebbero venuti.
Degei mostrò loro anche come cucinare le verdure e le radici nel tipico forno sotterraneo ( lovo ).
Dopo un po' di tempo la loro unione fu benedetta dalla nascita di un piccolo e Degei
fu felicissimo perchè grazie alla sua solitudine gli uomini avevano fatto il loro ingresso sulla terra e per gratitudine di questi ultimi l'avrebbero adorato come un Dio per sempre.
Secondo la leggenda Degei creò anche Viti Levu e tutte le altre piccole isole.


IL FIORE DI TAGIMAUCIA
Nelle alte montagne di Taveuni, conosciuta come l'isola-giardino delle Fiji, c' è un meraviglioso lago.

Una pianta fiorita chiamata Tagimaucia vive esclusivamente lungo le sue sponde ed ogni tentativo di trapiantarla altrove è fallito. La Tagimaucia è una delle piante selvatiche più belle delle Fiji, formata da mazzi di fiori rossi con un piccolo centro bianco. Una leggenda racconta come si generò il fiore di Tagimaucia.
In cima ad una collina vivevano una donna e la sua figlioletta.
Un giorno la ragazzina stava giocando sebbene dovesse lavorare.
La madre la richiamò più volte ai suoi doveri ma la figlia ignorandola continuò a giocare.
Infastidita, afferrò una fascina di sasas (  le nervature centrali della foglia del cocco ) che vengono usare per scopare in terra e sculacciò la figlia urlandole:  " vai via cattiva e capricciosa, non voglio più vedere la tua faccia ! "
La ragazzina singhiozzante e completamente sconvolta si allontanò...era talmente turbata dall'accaduto che
non si rese conto di dove andava.
Accecata dalle lacrime inciampò in una grande pianta rampicante che pendeva da un albero.
Era un viticcio verde e spesso con grandi foglie verdi, ma senza fiori.
La bimba rimase impigliata al rampicante e poichè non riusciva a liberarsi pianse con disperazione.
Mentre le lacrime scendevano dalle sue guance si trasformarono da gocce salate in gocce di sangue che caddero lungo il gambo del rampicante. Come per incanto le gocce di sangue divennero dei bellissimi fiori rossi. Più tardi, finito di piangere, la bambina riuscì a liberarsi e tornò indietro a casa, dove trovò, con sua immensa gioia, la madre calma, non più arrabbiata. Vissero così felicemente insieme per molto tempo.


UNA VECCHIA LEGGENDA DELLE FIJI
C' è una leggenda chiamata " NANANU-I-RA " che narra una antica storia.

Adi viveva nel villaggio di Nanukuloa ( il villaggio dalle sabbie nere ) sull'isola di Viti Levu
( la regina delle sabbie ). Adi si innamorò di un giovane affascinate capo della tribù di Bua, a circa
venti miglia di mare di distanza. L'isola di Bua era famosa per le foreste di legno di sandalo, un albero dal quale si ricavava un legname molto profumato usato dalla gente marinara di Bua per costruire le canoe.
L'amante di Adi, essendo un marinaio esperto, navigò con la sua veloce canoa sino a Viti Levu per incontrarla portandole molti regali fatti intagliando il profumato legno di sandalo della sua isola.
Purtroppo, però la tribù di Bua e la tribù di Viti Levu erano nemiche e quindi il rapporto del giovane capo era visto piuttosto male da suo padre e dal capo di Nanukuloa dove viveva Adi.
Coraggiosamente i due amanti continuarono ad incontrarsi segretamente, in un'isola a breve distanza dal villaggio dove viveva Adi. Quest'isola fu così chiamata Nananu-i-Ra che significa " il paese dei sogni dell'Ovest ".


I GAMBERETTI ROSSI DI VATULELE

Tanto tempo fa sull' isola di Vatulele viveva una fanciulla molto bella, figlia di un capo-tribù chiamata "Yalewa-ni-Cagi-Bula " ( "la ragazza del vento favorevole " ). Era così bella era che ogni capo che
visitava Vatulele cercava di prenderla in sposa. Yalewa-ni-Cagi-Bula tuttavia, era
donna molto dura e crudele e ogni volta rifiutava sdegnata la corte dei suoi pretendenti.
Non lontano, nella grande isola di Viti Levu viveva un attraente giovane, erede al trono del vasto territorio del padre. Anche lui aveva sentito parlare della bellezza della figlia del capo di Vatulele ed aveva deciso che doveva essere a tutti i costi sua moglie.
Un giorno decise di presentarsi alla corte di Vatutele e partì carico di regali per i capi ed uno speciale per Yalewa-ni-Cagi-Bula.
Il regalo consisteva nella squisitezza più grande conosciuta nelle isole Fiji, un piatto di gamberetti giganti, pescati lungo le coste di Viti Levu, cucinati con una salsa insaporita dal latte della noce di cocco.
Una tale squisitezza avrebbe dovuto sciogliere il cuore della fanciulla... ma non fu così in questa occasione !
La donna era così furiosa e con gli occhi rossi dalla rabbia che comandò alle sue donne di afferrare il pretendente e di gettarlo nel mare dalla più alta scogliera dell' isola presso le " caverne delle aquile " ( conosciute nelle Fiji come Ganilau ).
Mentre precipitava dalla scogliera caddero dalla mano del giovane i gamberetti rossi e finirono in una pozza rocciosa alla base della scogliera. Per fortuna il ragazzo si salvò e tornò triste al suo villaggio struggendosi sino alla fine dei suoi giorni per l'amore perso. Ogni giorno della sua vita andò in riva al mare per osservare verso Sud il puntino scuro all'orizzonte dove c'era l'isola di Vatulele.
La leggenda narra che tentò addirittura di costruire un ponticello di pietra per unire il tratto di mare fra Vatulele e Viti Levu e le rovine di questo ponte si possono ancora vedere affiorare dal mare vicino al villaggio di Votualailai.
La conclusione della storia è interessante in quanto spiega il perchè lungo le scogliere e le fessure della roccia intorno a Vatulele vivono moltissimi gamberetti di un acceso colore scarlatto.
l Fijiani di Vatulele chiamano questi gamberetti rosso-scarlatto " URA-BUTA " ( tradotto: " i gamberetti cucinati " )
e sono talmente sacri da non poter essere nè catturati, nè mangiati.
Si crede che chi oserà sfidare questo tabù finirà naufragato in mare !


I PESCI ADDOMESTICATI
Sull' isola di Nananu-io-Ra, a nord-est di Viti Levu, può essere visto uno degli spettacoli  più strani nel Pacifico.

Qui Paul Mugnaio che vive sull' isola possiede una scuola dove si addomesticano...i merluzzi !.
Questi pesci sono amichevoli e vengono quotidianamente vicino la costa per essere alimentati da Paul.
Ben Cropp, uno dei migliori cine-operatori subacquei australiani si è interessato alla cosa, riuscendo ad ottenere
la fiducia dei pesci e la possibilità di nuotare insieme a loro.
I pesci, pesanti fino a 16 Kg, infatti presero il cibo dalle sue mani e riuscì addirittura a coccolarli.
Ben e sua moglie filmarono molte emozionanti e stupefacenti sequenze con questi pesci e chiesero di dichiarare le acque intorno all' isola un santuario protetto dei pesci.


LE TARTARUGHE SACRE DI KADAVU
Sull' isola di Kadavu, una delle più grandi isole di un arcipelago delle Fiji a circa cinquanta miglia di mare dalla città-capitale di Suva, c'è un villaggio chiamato Namuana.

Namuana si trova protetto in una meravigliosa baia adiacente alla stazione governativa del porto di
Vunisea. Dietro il villaggio c'è una collina dalla quale si può dominare un vasto di tratto di mare sia a Sud che a Nord, mentre la spiaggia era usata un tempo dai guerrieri di Kadavu come punto di partenza per le loro canoe per esplorare le terre poste ad Est ed ad Ovest dell'isola.
Le donne del villaggio di Namuana conservano ancora un rituale molto sconosciuto, quello di
chiamare le tartarughe dal mare. Se visitate il villaggio di Namuana e volete vedere le tartarughe
che vengono chiamate, dovete ancorare la vostra barca a destra della baia sotto le scogliere
di un promontorio roccioso. Oppure potete sbarcare sulla spiaggia e sedervi vicino le rocce a picco oppure ancora arrampicarvi sopra un tratto roccioso in un punto a circa 50-60 metri dal mare. Da questa visuale avrete davanti un paesaggio splendido e potrete vedere le fanciulle del villaggio di Namuana che intonano un canto sconosciuto.
Mentre cantano, se osservate con attenzione nell' acqua della baia, vedrete le tartarughe giganti venire in superficie sempre più numerose per ascoltare la musica.
Non è una fiaba ma è ciò che realmente avviene ! infatti in questa zona è proibita la pesca delle tartarughe.
Un altro mistero sconcertante: se si dovesse avvicinare un qualunque membro del vicino villaggio di Nabukelevu,
le tartarughe non saliranno in superficie ed allora sarà inutile chiamarle con il canto: non verranno !.
Come tutte le cerimonie e le abitudini delle Fiji, anche chiamare le tartarughe è un rito antico che si tramanda verbalmente da padre in figlio. ( leggi sotto la leggenda di Tinaicoboga )


TINAICOBOGA, LA PRINCIPESSA DI NAMAUNA
Molti, molti anni fa nel villaggio di Namuana sull' isola di Kadavu, viveva una principessa molto bella, moglie del capo-villaggio chiamata Tinaicoboga.

Tinaicoboga ebbe una figlia bellissima chiamata Raudalice con la quale andava
spesso pescare sul reef intorno al suo villaggio.
Un giorno, Tinaicobaga e Raudalice si spinsero più lontano del solito sorpassando il reef e dirigendosi verso est, fuori dalla baia dove era situato il villaggio di Namuana.
Erano così assorte dalla pesca che non si accorsero di alcune canoe che furtivamente si avvicinavano provenienti dal vicino villaggio di Nabukelevu. Questo villaggio è situato all' ombra della montagna Washington, la più alta cima dell' isola di Kadavu dove oggi uno splendido faro avverte i naviganti dei pericoli della costa rocciosa.
I pescatori saltarono improvvisamente dalle loro canoe afferrando le due donne e legando loro le mani e i piedi, per portarle al villaggio come vittime sacrificali.  Le donne tentarono di supplicare per le loro vite, ma i crudeli  guerrieri crudeli di Nabukelevu erano sordi alle loro preghiere.
Allora gli dei del mare, misericordiosi, scatenarono una tempesta dalle onde talmente enormi da sommergere le canoe. Mentre le canoe affondavano i guerrieri sbalorditi videro le due donne trasformarsi in tartarughe marine. Capirono così che l'unico modo per sopravvivere era liberarle, quindi presero le testuggini e le gettarono in mare.
Immediatamente il mare si calmò e i guerrieri tornarono al villaggio, mentre le testuggini continuarono a vivere nella baia di Namuana. Ancora oggi i discendenti delle due tartarughe vengono a riva quando le fanciulle del villaggio intonano una antica canzone che fa' all'incirca così:
" tutte le donne di Namuana sono vestite a lutto e ciascuna porta un bastone sacro con quale picchiamo sull'acqua per vedere sulla superficie il volto di Raudalice e continuando ancora anche il volto di Tinaicoboga "
Potete dubitare della verità della leggenda, ma non potete dubitare del fatto che il canto di
queste fanciulle abbia effetti sulle tartarughe giganti che dal mare aperto vengono attirate verso la baia del villaggio di Namuana nell' isola di Kadavu.
Il mistero sta proprio nella potenza sconosciuta di chiamare queste tartarughe, posseduta soltanto dalla gente del
villaggio di Namuana e dal fatto che se è presente anche un solo abitante del villaggio ( un tempo nemico ) di Nabukelevu il canto non avrà effetto.


ANTICA LEGGENDA, ANATEMA MODERNO
Maledizione del nuovo re, disdette ai tour operator: squali contro i turisti che festeggeranno il Capodanno alle Fiji.

1999: Il lutto avvolge le Fiji e la maledizione degli squali minaccia il Pacifico del sud. E soprattutto quei sub che
avrebbero voluto festeggiare il Capodanno immergendosi la notte del 31 dicembre '99 e risalendo qualche minuto dopo,
il primo gennaio del 2000. Rischiano di incrociare inferociti pescecani, chiamati a pattugliare le coste fijiane dai Bete
delle isole, i grandi sacerdoti, custodi delle antiche tradizioni tribali: compresa quella che impone, durante il lutto, di
non immergersi in mare.
Il dolore avvolge le Fiji perché è morto Ratu Glanville Lalbalavu, grande capo di Vanua Levu, seconda isola
dell'arcipelago. La tradizione vuole che per 100 giorni nessuno faccia festa né si immerga nelle acque che erano
territorio di pesca del capo. Una rovina, per i tour operator che hanno affittato grandi resort e bungalow per la festa di
fine millennio. Sono già arrivate le prime disdette. Ma la sola idea che in questo periodo qualcuno possa gioire è
considerata una dannazione dal successore del capo morto. Ratu Tevita Vakalalabure, nuovo leader dei clan, ha
invocato la maledizione degli squali su tutti quelli che oseranno sfidare il divieto. «Ordinerò ai pescecani - ha detto - di
attaccare chi si troverà in mare».
Sono capaci di farlo, gli uomini delle Fiji, spietati come erano i loro antenati. Prima di diventare gentlemen del turismo
danaroso e raffinato, i fijiani sono stati per secoli feroci cannibali: ora ballano imitando l'aria truce di allora ma sono
ancora capaci di camminare sulle braci ardenti e di comunicare con gli squali. Esiste un rito, che praticano i Bete, con
cui si chiamano i pescecani incantandoli con una nenia. Nella stagione che chiude l'anno, i Bete indossano una candida camicia di cotone, il paramento sacro, conficcano un palo nella barriera corallina, nello stesso buco usato da decine di anni: in cima legano un pezzo di masi, una stoffa ricavata dalla corteccia, che il vento agita come una bandiera. Da quel momento, nessuno può avvicinarsi o pescare intorno al palo: per un mese, ogni mattina, il Bete celebra in solitudine la cerimonia della yaqona, innalza verso il cielo il bilo, un guscio di noce di cocco trasformato in tazza, e prima di berla santifica la kava, la radice con cui si fa la bevanda. Finché, nel giorno che gli spiriti gli hanno suggerito, entra in mare e trasmette agli squali il suo pensiero. E gli squali obbediscono. Ma la cerimonia è crudele, perché spuntano mazze e arpioni e l'acqua ribolle di schiuma e poi si colora di rosso. Più della pietà, la mattanza conosce il rispetto, e per questo risparmia il capobranco, il gigantesco squalo bianco che stregato dal sacerdote ha portato gli altri al massacro: il suo sangue è sacro, farlo scorrere in acqua sarebbe sacrilegio, condannerebbe gli abitanti del villaggio alla morte e non farebbe più tornare gli altri squali. La leggenda vuole che il pescecane ricambi la cortesia: ordinerà ai suoi sudditi di non divorare i pescatori. Ma fedele a chi lo ha salvato, il Bianco obbedirà anche all'ordine di uccidere. Quello che Ratu Tevita Vakalalabure è pronto a dare.
Quest'ultimo articolo è stato scritto da Corrado Ruggeri nel Dicembre del 1999.