Appunti di Viaggio all’Isola di Pasqua
E’ una realizzazione: SteveR On line da Gennaio 1999
APPUNTI DI VIAGGIO ALL’ISOLA DI PASQUA
(Isla de Pascua – Rapa Nui – Easter Island -Te Pito o te Henua)
Agosto 2000
La Polinesia dei Misteri
Prologo:il
fascino
del
mistero
e
dell’isolamento
di
questa
lontana
terra
mi
aveva
attratto
sin
da
piccolo
ma
non
avrei
mai
immaginato
un
giorno
di
calpestare
il
suo
suolo…ed
invece…
In
effetti
bisogna
avere
delle
forti
ragioni
romantico-culturali
per
arrivare
in
questa
remota
isola
poichè
è
veramente
lontana
da
tutto
!
E’
raggiungibile
solo
da
Tahiti
e
da
Santiago
del
Cile
tramite
voli
due
volte
la
settimana
della
Lan
Chile
che
hanno
una
durata
di
5-6
ore.
In
genere
il
soggiorno
non
supera
i
3-4
giorni,
più
che
sufficienti
per
la
visita
completa
dell’isola.
Per
“capire”
meglio
però
lo
“spirito”
del
luogo
e
dei
suoi
abitanti
(circa
2000)
consiglio
calorosamente
di
“vivere”
prima
un
pò
l’altra
Polinesia,
quella
“canonica”
Francese
del
sole
e
delle
spiagge
bianche tropicali per permettere di acquisire ed assorbire un poco di cultura Polinesiana.
Andare
infatti
all’Isola
di
Pasqua
semplicemente
dopo
aver
letto
un
libro
o
peggio
dopo
aver
visto
il
famoso
film
“Rapa
Nui”
equivarrebbe
probabilmente
a rimanere delusi.
Per
darvi
l’idea
di
quanto
sia
isolata
questa
grande
“roccia”
(patrimonio
dell’umanità
–
Unesco)
di
166
Kmq,
spuntata
a
causa
di
fenomeni
vulcanici
dal
profondo
dell’Oceano
Pacifico,
vi
basti
sapere
che
è
distante
4.100
km
da
Tahiti
e
3.700km
dalle
coste
del
Cile
e
che
la
terra
abitata
più
vicina
(1.900
km)
è
l’isola
di
Pitcairn,
uno
sperduto
scoglio
dove
vivono
qualche
decina
di
discendenti
degli
ammutinati
del
Bounty
…non
per
niente
l’Isola
di
Pasqua
fu definita da uno scrittore << l’isola la cui terra più vicina è la Luna ! >>.
Posta
all’estremo
vertice
orientale
del
“triangolo
polinesiano”
rappresenta
uno
dei
luoghi
dove
approdarono
ufficilamente
nel
400
d.c.
(o
nel
1200
d.c.
come
le
ultime
datazioni
ipotizzano)
le
ultime
migrazioni
provenienti
dai
mari
del
Sud
(le
ultimissime
migrazioni
furono
invece
nelle
Hawaii
nel
600
e
nella Nuova Zelanda nell’ 800 e cioè negli altri due vertici del “triangolo”).
A
seconda
dei
visitatori
l’isola
ebbe
molti
nomi
tra
cui:
Te
Pito
o
te
Henua
(l’ombelico
del
mondo
,
Rapa
Nui
(la
grande
isola/roccia),
Isola
di
Pasqua
(perchè vi sbarcò l’olandese Jacob Roggeveenil giorno di Pasqua del 1722).
In
apparenza
è
una
terra
molto
vuota
e
desolata,
con
ampi
spazi
brulli
completamente
disabitati,
dove
non
c’è
nulla
e
nessuno,
dove
spira
sempre
il
vento
e
cade
spesso
una
triste
e
lenta
pioggerellina,
un
posto
che
impressiona
perchè
dimenticato
da
Dio
e
dagli
uomini,
dove
i
cavalli
selvaggi
corrono
sulle
colline,
dove
le
scogliere
sono
sempre
torturate
da
un
mare
tempestoso,
dove
il
cielo
è
spesso
plumbeo,
dove
tutto
il
paesaggio
è
nero
per
la
roccia vulcanica e dove le grandi statue degli antenati polinesiani, fiere, sfidano il tempo e la solitudine.
Questo è lo scenario giusto per afferrare la maledetta storia di un antico popolo che è riuscito ecologicamente e politicamente ad autodistruggersi.
Vi racconto la storia dell’isola perchè ha molto da insegnarci:
Rapa
Nui
era
un’isola
verdissima
dove
crescevano
una
grande
varietà
di
piante
(analisi
dei
pollini)
tra
cui
moltissime
palme
ed
alberi
(soprattutto
Toromiri)
che
formavano
delle
lussureggianti
foreste.
Anche
la
fauna
avicola
era
ricchissima,
infatti,
essendo
l’unica
isola
nel
raggio
di
moltissimi
chilometri, si concentravano molte specie di uccelli sia marini, sia terrestri come sule, gufi, aironi, rallidi e pappagalli.
I
primi
Polinesiani
arrivarono
intorno
al
400
d.c.,
probabilmente
erano
poche
decine
di
uomini
di
razza
Maori
provenienti
dall’attuale
Polinesia
Francese.
Con
loro
portarono
tutti
i
mezzi
per
la
sussistenza
tra
cui
le
galline,
i
topi
commestibili,
forse
i
maiali
(usati
spesso
come
“rilevatori
di
terra”
a
causa
del
loro fine olfatto) ed una serie di piante da coltivare come la patata dolce, il banano, la canna da zucchero, il taro ed altre.
Poichè
il
suolo
era
vulcanico
e
quindi
fertile,
le
piante
importate
si
riprodussero
con
successo
ed
il
momentaneo
benessere
fece
crescere
di
molto
la
popolazione
che
disboscò
sempre
più
le
foreste
dell’isola
per
avere
a
disposizione
nuovi
terreni
da
coltivazione.
Anche
i
topi
fecero
la
loro
parte
mangiando i semi delle palme.
Il
crescente
bisogno
di
legna
da
ardere,
per
fare
canoe
o
per
trasportare
i
“Moai”
(le
famose
statue
di
pietra)
unita
al
disboscamento
agricolo
fece
inesorabilmente
scomparire
ogni
albero
sull’isola
nel
giro
di
un
millennio
con
conseguenze
disastrose:
le
piogge
incominciarono
ad
erodere
il
suolo
privo
di
protezione
vegetale
causando
l’impoverimento
della
terra
e
quindi
diminuendo
la
resa
agricola
proprio
quando
la
popolazione
era
al
suo
culmine
demografico (circa 9000 anime). L’erosione portò anche la siccità e molti corsi d’acqua si prosciugarono.
La
mancanza
di
alberi,
poi,
impedì
la
costruzione
di
nuove
canoe
“imprigionando
per
sempre
”
questa
popolazione
sull’isola
ed
impedendo
agli
abitanti
di
andare a pesca per catturare pesci e delfini, una delle principali fonti di cibo.
Così
si
incominciarono
a
mangiare
(oltre
al
pollame
domestico)
tutti
gli
uccelli
autoctoni
dell’isola,
sterminandoli
completamente.
La
fame
spinse
la
popolazione
ad
atti
di
cannibalismo
e
il
malessere
sociale
portò
nel
secolo
1600-1700
alle
guerre
tra
clan
e
quindi
alla
diminuzione
del
numero
degli
abitanti (circa 2000).
Già
quando
nel
1722
sbarcò
l’olandese
Roggeveen
l’isola
era
una
brulla
e
desolata
terra
abitata
da
pochi
disgraziati
affamati
ed
in
lotta
tra
loro
e
quando
James Cook sbarcò nel 1774 trovò molte statue Moai abbattute.
Le
guerriglie
interne
e
l’abbattimento
dei
Moai
continuò
sino
a
che
gli
abitanti
non
furono
definitivamente
sterminati
da
altre
due
piaghe:
lo
schiavismo
soprattutto
americano
e
le
malattie
portate
dagli
europei.
Quando
Rapa
Nui
divenne
parte
del
Cile
nel
1888
rimanevano
meno
di
cento
indigeni
quasi
tutti
vecchi
e
malandati
condannati
all’estinzione
genetica.
Una
decina
di
loro
cercò
di
incrociarsi
con
altre
popolazioni
per
tramandare
almeno
parzialmente la razza polinesiana.
L’Isola
di
Pasqua
ora
fa
parte
del
Cile
che
lascia
loro
ampia
autonomia
locale,
sono
però
molti
i
movimenti
separatisti.
Pochi
giorni
dopo
la
nostra
visita
(precisamente
nel
Settembre
2000)
fu
issata
per
la
prima
volta
la
loro
bandiera
(vedi
in
alto)
raffigurante
un
“reimiro”
rosso,
un
oggetto
cerimoniale
del
loro antico passato.
Quel
poco
che
rimane
della
civiltà
Rapa
Nui
quindi
deve
rappresentare,
secondo
me,
il
monito
per
l’uomo
“moderno”:
una
grande
lezione
da
una
piccola
isola
!
Il
piccolo
e
fragile
ecosistema
dell’Isola
di
Pasqua
deve
raffigurare
simbolicamente
la
nostra
“terra”
.
L’uomo,
abituato
a
manipolare
pesantemente
l’ambiente,
cerca
di
sfruttarne
da
sempre
le
risorse
spesso
senza
pensare
alle
conseguenze,
avvicinandosi
pericolosamente
a
quel
“punto
di
non
ritorno”
che condannerebbe la civiltà umana alla stessa fine subita dagli abitanti dell’Isola di Pasqua.
Con
questo
non
voglio
condannare
il
progresso…anzi…ma
semplicemente
spingere
le
persone
a
pensare
ad
uno
sviluppo
più
compatibile
con
l’ambiente.
Il
viaggio:Partimmo
il
21
Agosto
all’
1,15,
in
piena
notte,
dall’aeroporto
di
Tahiti
Faa
(Papeete,
Polinesia
Francese)
con
il
volo
Lan
Chile
LA
834
(5
ore
e
20 minuti su un B 767-300).
Scoprimmo
subito
gli
svantaggi
del
monopolio
aereo
della
Lan
Chile
per
quanto
riguarda
l’Isola
di
Pasqua…infatti
il
servizio
a
bordo
fu
il
più
schifoso
che
abbia mai trovato in tutti i miei viaggi della mia vita !
La
scortesia:
poco
prima
del
decollo,
durante
l’interminabile
attesa
sulla
pista
per
motivi
tecnici,
ho
chiesto
da
bere
e
mi
sono
sentito
rispondere
scocciatamente: <<più tardi…quando passeremo con la cena !>>.
La
pulizia:
l’aeromobile,
nonostante
partisse
da
Tahiti
(che
quindi
non
rappresentava
uno
scalo
intermedio)
e
nonostante
fosse
parcheggiato
da
un
pò
sulla
pista
era
sporchissimo:
molte
cartacce
per
terra,
bicchieri
di
plastica
usati
nella
tasca
frontale
e
persino
un
fazzoletto
sporco
sopra
le
mie
cuffie
scartate !
Il
cibo:
chiamarlo
cibo
è
un’esagerazione!
La
cena
fu
un
panino
tristissimo
con
dentro
una
foglia
d’insalata
appassita
ed
un
quadretto
minuscolo
di
arrosto
insapore
e
grasso
che
non
copriva
neanche
un
quarto
della
superficie
interna
disponibile.
Un
panetto
squagliato
di
burro
completava
la
dotazione.
Il
servizio:
scadente
!
Pensate
che
durante
il
viaggio
probabilmente
il
personale
di
bordo
deve
aver
dormito,
dal
momento
che
non
si
è
fatto
vivo.
Pochi
minuti
prima
dell’atterraggio
ho
visto
scattare
le
hostess
di
corsa
verso
la
coda
dell’aereo
(per
un
attimo
ho
avuto
paura…ho
pensato
ad
un’emergenza)
per
prendere
i
vassoi
della
cena
(che
si
erano
scordati
di
servire
!)
e
poichè
eravamo
oramai
alla
fine
del
viaggio
non
hanno
avuto
il
tempo
di
riempire
i
bicchieri, in pratica una cena “a secco” !
Volo: agitato…a causa delle molte turbolenze ! e se tanto mi dà tanto, mi chiedo se i piloti abbiano avuto una parte di responsabilità !
Arrivammo
la
mattina
alle
10,35
(-
8h
rispetto
l’Italia
in
questo
periodo)
all’aeroporto
Mataveri
dell’Isla
de
Pascua
(una
curiosità:
l’aeroporto
è
predisposto
come
pista
d’atterraggio
d’emergenza
per
gli
Space
Shuttle,
7
milioni
di
US$
d’investimento
!
…anche
se
attualmente
le
piste
più
accreditate
sono
Ben
Guerir
in
Marocco
[militare],
Yundum
International
Airport
in
Gambia
[civile],
Moron
e
Saragozza
in
Spagna
[militari])
e
dopo
aver
sbrigato
le
formalità
doganali,
un
pulmino/taxi
ci
portò
nella
vicina
Hanga
Roa
(unico
villaggio
dell’isola
e
quindi
capoluogo)
dove
a
pochi
metri
da
un’
altissima
scogliera
a
picco
sull’Oceano
sorgeva
in
direzione
del
tramonto
il
nostro
albergo:
lo
Iorana
Hotel.
Lo
Iorana
è,
insieme
all’Hotel
Hanga
Roa,
uno
degli
alberghi
migliori
di
Rapa
Nui,
il
che
(per
fortuna)
non
vuol
dire
lusso,
folla
e
vita
notturna,
bensì
una
serie
di
stanzette
molto
piccole
al
piano
terra,
molto
modeste,
arredate
come
le
vecchie
pensioncine
di
Parigi,
tutte
con
entrata
indipendente
(una
specie
di
bungalows
a
schiera)
con
vista
sulla
scogliera
nera resa nebbiosa dal frangersi delle onde.
Le
camere
erano
quasi
tutte
vuote
(in
albergo
eravamo
3
coppie
su
circa
un
centinaio
di
stanze),
ed
un
silenzio
quasi
irreale
faceva
da
padrone,
interrotto solo dal fragore di un maroso o dall’abbaiare in lontananza di un cane randagio.
Una
porta
a
vetri
dava
su
una
piccola
veranda
da
dove
si
poteva
annusare
la
salsedine
portata
dall’incessante
vento
ed
ammirare,
verso
l’interno,
la
desolata
prateria
alternata
alle
brulle
colline
dalle
quali
sorgeva
spesso
un
arcobaleno
(sono
frequenti
le
brevi
pioggerelline)
dal
forte
contrasto
cromatico, unico tocco di colore in un mondo in “bianco e nero”.
Una “magnifica desolazione” è l’espressione giusta (presa in prestito dal primo uomo che sbarcò sulla Luna) per definire l’Isola di Pasqua !
Il
pomeriggio
iniziammo
l’esplorazione
a
bordo
di
un
vecchio
pulmino
cigolante.
Purtroppo
la
guida
in
lingua
italiana
era
in
ferie,
quindi
ci
toccò
il
primo
giorno
una
escursione
in
lingua
inglese,
il
secondo
giorno
in
lingua
spagnola
(la
lingua
ufficiale
del
Cile
,
poi
il
terzo
ed
il
quarto
giorno
trovammo
una
diversa agenzia turistica locale con un Rapanui (si chiamano così gli abitanti ed il dialetto dell’Isola di Pasqua) che parlava italiano.
Da
notare
che
spesso
le
guide
raccontavano
particolari
diversi
e
contrastanti
tra
loro
su
uguali
argomenti
trattati
a
seconda
della
preparazione
e
soprattutto
delle
convinzioni
personali
che
avevano…quindi
consiglio
di
rivedere
bene
(magari
tramite
testi
ufficiali)
quelli
che
sono
gli
aspetti
meno
generali
e
noti.
Talvolta
spacciavano
per
accertate
e
sicure
notizie
che
per
ora
erano
solo
teorie
da
accertare…e
sugli
antichi
abitanti
di
Rapa
Nui
quasi
tutto
è
supposizione
e
teoria
poichè
la
tradizione
si
è
tramandata
oralmente
(tramite
le
poche
decine
di
superstiti
alla
schiavitù
che
fecero
ritorno
dalle
piantagioni
del
Sud
America)
e
le
sole
cose
scritte
(le
tavolette
di
Rongo
Rongo)
non
sono
ancora
state
decifrate
con
certezza.Il
primo
giorno
fu
dedicato
all’estremo
sud
dell’isola.
Le
parti
interessanti
furono
il
misteriosissimo
muro
(in
località
AhuVinapu)
simile
a
quelli
costruiti
dagli
Incas
in
Perù
ed
il
vulcano Orongo.
Quest’ultimo
è
uno
dei
due
vulcani
spenti
(che
fungono
da
bacini
di
raccolta
delle
acque
piovane
e
dove
cresce
la
canna
usata
nell’artigianato
locale…ricordate
quei
piccoli
surf
del
film
?)
perfettamente
tondi
con
i
coni
ancora
abbastanza
intatti
e
ben
definiti.
Questo
vulcano,
insieme
all’altro
(Rano
Raraku)
diede
il
primo
nome
all’isola
(non
ricordo)
che
voleva
dire
“gli
occhi
che
guardano
il
cielo”.
Da
questa
parte
dell’isola
si
può
godere
di
un
paesaggio
mozzafiato
dal
quale
si
possono
ammirare
i
“motu”
(piccoli
scogli)
di
Kao-Kao,
Iti
e
Nui
protagonisti
delle
gare
che
si
facevano
in
occasione
della festa dell’uomo-uccello (Manutara).
Queste
sanguinose
gare
consistevano
nello
scendere
dalla
scogliera
verticalissima
nei
pressi
del
vulcano
Orongo
sino
al
mare,
nuotare
con
il
piccolo
surf
di
canne
in
un
mare
freddo,
infestato
dagli
squali
e
reso
pericoloso
dalle
correnti
marine
(bisognava
nuotare
con
una
traiettoria
“coperta”
dagli
scogli
perchè
una
direzione
diversa
portava
inesorabilmente
a
largo
e
quindi
alla
morte
),
arrivare
sino
ai
“motu”,
prelevare
un
uovo
di
“sula”
(un
uccello
marino
oramai
estinto
sull’Isola
di
Pasqua
per
mano
umana
e
che
fu
riportato
a
Rapa
Nui
in
occasione
del
film
di
Kevin
Costner),
metterlo
in
una
sorta
di
“marsupio”
legato
intorno
alla
testa,
tornare
a
nuoto
sull’isola
madre,
scalare
a
mò
di
“free
climber”
di
nuovo
la
scogliera
e
portare
l’uovo
“intatto”
per
primo
al
cospetto
del
re
e
dei
sacerdoti.
Il
vincitore
permetteva
per
un
anno
il
governo
del
re
appartenente
al
proprio
clan.
Chiaramente
queste
gare
erano
effettuate
solo
dai
clans
dei
“lunghi
orecchi”
(i
nobili
chiamati
così
per
gli
ornamenti
sulle
orecchie)
che
dominavano
sui
plebei
“corti
orecchi”
,
costretti in schiavitù a costruire le grandi statue di pietra…sino alla loro ribellione finale.
Presso il tratto di costa dove avvenivano queste cerimonie si possono ammirare antichi “petroglifici” (immagini scolpite nella roccia).
La
sera
cenammo
in
Hotel
in
un
silenzioso
salone
vista-tramonto
dove
servivano
delle
giovani
ragazze
vestite
con
i
tipici
abiti
cerimoniali
polinesiani.
Purtroppo
la
carta
dei
menù
che
ci
avevano
portato
era
quasi
tutta
non
disponibile
e
quindi
ci
accontentammo
di
quel
poco
che
avevano
(comunque
buono) a base di carne e “tuna” (tonno).
Ci
spiegarono
che
delle
decine
di
specie
di
pesci
commestibili
esistenti
nelle
acque
profonde
intorno
l’isola
venivano
oramai
pescate
solo
tre:
una
era
il
tonno
(sempre
presente
nelle
tavole),
le
altre
due
il
Paratoti
(un
pesce
simile
allo
sgombro)
ed
il
Sierra
(dalla
cane
bianca),
ma
bisognava
ordinarle
con
qualche giorno di anticipo…in più (sempre su ordinazione preventiva) venivano catturate (e vendute a peso d’oro) le “angoste” (aragoste).
Il
giorno
dopo
di
buon
mattino
continuammo
il
giro
dell’isola
risalendo
la
costa
in
senso
antiorario,
verso
Est
e
poi
Nord.
Prima
però
feci
una
sosta
in
paese
per
fare
un
pò
di
compere
(statuette
di
pietra,
orecchini
in
piuma
di
gallina,
tavolette
incise
di
legno,
magliette
turistiche…)
al
mercatino
“all’aperto”
(solo
una
tettoia
per
la
pioggia)
del
villaggio
dove
i
prezzi
erano
decisamente
migliori
rispetto
il
“mercato
coperto”
ed
ordinato
sempre
ad
Hanga Roa.
Lungo la strada visitammo una serie di piattaforme cerimoniali (Ahu) e molti Moai interi e distrutti, in piedi o caduti.
I
Moai
sono
le
statue
di
pietra
costruite
dai
clans
dei
corti
lobi
su
ordine
dei
clans
dei
lunghi
lobi
per
ragioni
onorifiche
sia
verso
personaggi
importanti
che
verso
gli
dei
o
semplicemente
per
commemorare
un
evento.
Rappresentavano
delle
figure
umane
maschili
(tranne
in
un
caso)
talvolta
con
simbolismo
fallico.
Le
loro
dimensioni
erano
variabili
in
base
all’epoca
e
andavano
da
meno
di
venti
centimetri
a
nove
metri
(a
parte
uno
incompiuto
gigantesco
da
20
metri),
tutti
in
posizione
eretta
(tranne
uno
seduto
presso
Rano
Raraku)
e
tutti
rivolti
verso
i
villaggi
a
scopo
di
protezione
degli
stessi
con
le
spalle
al
mare
(tranne
in
un
caso
che
vedremo
più
avanti).
Dopo
le
ribellioni
dei
corti
orecchi
furono
tutti
fatti
cadere
a
terra
e
solo
in
pochi
siti
sono
stati
rimessi
in
piedi
in
epoca
recente
(nel
1956,
1960,
1968,
1980,
1992…)
grazie
a
fondi
esteri
spesso
legati
a
sponsorizzazioni
commerciali
(es.Toyota). Talvolta i fondi non sono bastati a causa di episodi di corruzione…eh ! eh! …tutto il mondo è un paese !
Alcuni
poi
hanno
subito
il
crollo
(ma
poi
sono
stati
rimessi
su
!)
in
tempi
recenti
(negli
anni
60)
a
causa
di
un
enorme
“tsunami”
(una
gigantesca
onda
marina anomala) che colpì l’isola…
Tra
i
siti
più
suggestivi
della
seconda
escursione
mi
colpì
Ahu
Tongariki,
formato
da
una
grande
piattaforma
con
sopra
15
moai
di
basalto
alcuni
dei
quali
forniti
di
“Pukao”.
I
Pukao
sono
gli
apparenti
“cappelli”
rossi
dei
moai.
In
realtà
si
tratta
di
“capelli”
e
non
di
“cappelli”
e
sono
rossi
a
causa
della
diversa pietra vulcanica usata e rappresentano le acconciature degli uomini più illustri che per le cerimonie venivano tinte tramite una polvere rossa.
Oltre
alle
caverne
naturali,
prime
abitazioni
dei
polinesiani
emigrati
e
alle
case
di
pietra
costruite
a
forma
di
imbarcazione
ed
adibite
al
solo
riposo
notturno,
fu
interessante
la
scarpinata/scalata
sul
vulcano
Orongo.
Qui
si
può
vedere
un’alta
concentrazione
di
moai
terminati
e
non,
in
quanto
ci
troviamo
nell’unica
cava
dell’isola
dalla
quale
venivano
estratte
le
statue
(non
i
capelli)
e
trasportate
con
una
tecnica
particolare
(forse
in
piedi…
la
leggenda parla di levitazione) in tutta l’isola. Nei pressi della cava si possono ancora trovare in terra gli attrezzi usati per scolpire i moai.
Seguendo
l’itinerario
verso
Nord
arrivammo
nella
località
più
magica
dell’isola
(Ahu
Te
Pito
Kura)
dove
un
muretto
a
secco
circolare
con
in
mezzo
una
grande
pietra
tonda
e
liscia
e
quattro
pietre
a
mò
di
sedie
rappresentavano
il
mitico
“ombelico
del
mondo”.
Chiaramente
per
“mondo”
gli
antichi
abitanti
si
riferivano
all’Isola
di
Pasqua
poichè
erano
convinti
di
essere
rimasti
gli
“unici”
esseri
viventi
della
Terra
in
quanto
credevano
che
un
enorme
cataclisma
(la stessa convinzione che li aveva spinti ad emigrare dai tropici a Rapa Nui) aveva spazzato via il resto delle terre emerse.
Questa
misteriosa
pietra
(magnetica…le
bussole
infatti
tutt’ora
impazziscono
!)
secondo
gli
attuali
abitanti
sprigionerebbe
energie
positive
(è
meta
infatti
di
alcune
sette
di
“new
age”)
e
quindi
ci
spinsero
a
sederci
intorno
ed
a
poggiare
le
fronti
sulla
sua
superficie
per
“sentire”
le
emanazioni
energetiche.
Alcune persone sentirono delle vibrazioni lungo il corpo (secondo me suggestione) mentre io avvertii un bel niente (vedi anche il racconto di Medaebe).
La
seconda
giornata
terminò
all’unica
“vera”
spiaggia
di
sabbia
(Anakena)
dove
i
più
coraggiosi
tentarono
un
brevissimo
e
gelido
bagno
nell’Oceano
mentre
gli
altri
(io
e
mia
moglie)
muniti
dell’indispensabile
K-Way
approfittammo
della
sosta
per
fotografare
degli
altri
moai
(…in
piedi…uno
dei
quali
fungeva
da
base
di
riposo
per
un
falco,
una
delle
poche
specie
di
uccelli
numerose
in
quest’isola)
ed
il
palmizio
da
cocco
(una
rarità…piantato
trent’anni
fa per ricostruire la spiaggia così come doveva essere prima della definitiva distruzione degli alberi).
All’imbrunire
ci
riaccompagnarono
in
hotel
percorrendo
a
ritroso
e
non
senza
difficoltà
le
strade
sconnesse
che
ci
avevano
portato
sino
ad
Anakena.
Volevo
ricordare
che
attualmente
le
uniche
strade
“lastricate”
sono
quelle
principali
della
capitale.
Il
resto
delle
vie
sono
bianche,
deserte,
piene
di
buche
e
sassi,
e
spesso
pericolosamente
fangose
o
franate.
Gli
unici
mezzi
di
trasporto
che
possono
attraversare
l’isola
sono
infatti
le
jeep,
i
pulmini
(a
stento),
le
moto
da
cross
ed
i
cavalli.
Quest’anno
(2000)
inizierà
un
progetto
per
asfaltare
le
strade
costiere
anche
se
gli
abitanti
sono
poco
contenti
in
quanto
ritengono che i fondi Cileni sarebbero stati più utili per finanziare opere e strutture più urgenti.
Terzo
giorno:
partimmo
la
mattina
presto
verso
l’interno
dell’isola.
Ci
fermammo
come
al
solito
presso
varie
località,
ma
vi
citerò
solo
quelle
secondo
me
più
significative:
Puna
Pau,
la
cava
di
roccia
rossa
(tufo
friabile)
dalla
quale
venivano
estratti
i
“pukao”
(i
capelli
dei
moai),
le
varie
grotte
buie
(portarsi
una
torcia
elettrica)
spesso
profonde,
dove
si
possono
trovare
a
terra
ancora
crani
ed
ossa
umane.
Alcuni
di
questi
anfratti
posseggono
degli
angusti
cunicoli
che
sfociano
all’improvviso
in
una
grande
apertura
sulla
costa
a
decine
di
metri
di
altezza
a
picco
sul
mare
(significato
non
ancora
chiarito,
forse
vie
di
fuga).
Nei
pressi
dei
siti
archeologici
vidi
anche
molti
antichi
forni
privati
dove
venivano
cremate
le
persone
più
autorevoli
e
forni
“comuni”
per
i
meno
abbienti.
A
terra
era
comune
trovare
pezzi
di
ossidiana
(una
pietra
nera
e
tagliente
composta
da
lava
vulcanica
raffreddata
violentemente,
per
esempio dall’acqua, e simile al vetro) molto usata dagli antichi abitanti per lavori manuali “di rifinitura” o taglio.
Ma
il
sito
più
interessante
della
giornata
fu
Ahu
Akivi
dove
sette
moai
(messi
in
piedi
nel
1960)
guardavano
il
mare
in
direzione
delle
attuali
isole
Marchesi (Polinesia Francese).
A
causa
di
questa
caratteristica
unica
(come
avevo
detto
prima
gli
altri
moai
guardavano
tutti
l’interno
dell’isola
per
rivolgere
il
loro
sguardo
protettivo
verso
i
villaggi)
per
molto
tempo
si
è
pensato
fossero
i
mitici
navigatori
di
Hotu
Matua
(alias
Ariki
Mau).
Ariki
Mau
era
un
re
polinesiano,
probabilmente
delle
isole
Marchesi
(Polinesia
Francese),
che
ebbe
una
serie
di
sogni
premonitori.
Sognò
un
grande
cataclisma
che
doveva
distruggere
tutto
il
mondo
ed
un isola che doveva rappresentare la loro salvezza.
Così
partì
insieme
a
7
suoi
guerrieri
(ed
altri
suoi
fedeli)
in
cerca
dell’isola
della
salvezza.
Una
volta
sbarcati
sull’Isola
di
Pasqua
(dove
il
re
assunse
il
nome
di
Hotu
Matua)
i
sette
polinesiani
morirono
prima
di
tornare
indietro
a
riprendere
le
proprie
famiglie
e
così
si
narra
che
per
onorarli
vennero
costruiti i sette moai rivolti verso il mare, verso la loro terra di provenienza.
In
realtà
si
è
scoperto
da
poco
che
anche
questi
moai
puntavano
in
direzione
di
un
villaggio
Rapanui
posto
più
all’interno
rispetto
agli
altri
e
quindi
la
direzione
dello
sguardo
dei
moai
fu
dettata
solo
da
motivi
tecnici
e
non
“romantici”…perciò
i
sette
moai
non
rappresentano
i
sette
navigatori
di
Hotu
Matua.
Quello
che
è
quasi
certamente
vero
di
questa
leggenda
è
il
fatto
che
l’isola
di
Pasqua
fu
colonizzata
da
popolazioni
polinesiane.
Prima
del
1994
si
ipotizzava
che
in
realtà
i
Rapanui
potessero
derivare
dalle
popolazioni
sudamericane
forse
pre-incaiche
(visto
la
datazione
del
misterioso
muro
di
Ahu
Vinapu)
e
questo
nonostante
il
loro
antico
linguaggio
(il
Rapanui…ancora
parlato
da
molti
e
da
poco
insegnato
anche
nelle
scuole
come
il
nostro
latino)
fosse
quasi
identico
all’attuale
Tahitiano.
Sembrava
quasi
impossibile
che
si
potesse
navigare
per
4000
km
dall’attuale
Polinesia
Francese
con
semplici
canoe
a
bilanciere
spesso
con
venti
e
correnti
marine
poco
favorevoli
e
trovare
un
“puntino”
nell’Oceano.
Pareva
quindi
più
probabile
una
civilizzazione
proveniente
dal
Sud
America
(più
vicino
e
con
correnti
marine
più
favorevoli).
A
questo
proposito
un
grande
studioso
della
civiltà
Rapanui,
il
norvegese
Thor
Heyerdahl,
tra
le
tante
sue
imprese
e
studi,
decise
di
costruire
nel
1947
una
zattera
con
sette
tronchi
di
balsa
ed
in
101
giorni
dimostrò
la
fattibilità
di
un
viaggio
con
mezzi
ancestrali
dal
Sud
America
sino
alla
Polinesia
tropicale
(arrivò
sano
e
salvo
sino
all’atollo
di
Raroia
nelle
Tuamotu
–
Polinesia
Francese).
Questa
teoria
fu
poi
smentita
nel
1994
studiando
il
Dna
di
alcune
antiche
mummie
che
tolse
ogni
dubbio
sull’origine
polinesiana
e
non
sud-americana
degli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua.
Attualmente
è
rimasto
ben
poco
di
quel
Dna
nel
sangue
degli
abitanti
poichè
il
basso
numero
di
superstiti
di
razza
Rapanui
“pura”
dopo
la
fine
della
schiavitù
impose
il
mischiarsi
con
altre
popolazioni.
Tutt’ora
per
evitare
problemi
genetici
(ricordo
che
gli
abitanti
sono
solo
2000)
vengono
favoriti
e
visti
di buon occhio i matrimoni con gli stranieri :
non
per
niente
una
delle
più
carine,
sensuali
e
dolci
ragazze
biondissime
dell’isola,
nonchè
prima
ballerina
del
gruppo
Kari
Kari
(un
famoso
gruppo
di
ballo polinesiano) è un “ricordo” (nipote) del famoso studioso norvegese.
Molte
di
queste
ragazze
sognano
un
“principe
azzurro”
occidentale
che
le
porti
via
dalla
loro
isola-prigione
ma
ho
conosciuto
un
ragazzo
che
attratto
dapprima
dalla
bellezza
della
sua
“fanciulla”
poi
dal
fascino
dell’isola
e
dalla
pace
che
regna,
ha
fatto
l’inverso:
si
è
trasferito
lui
!
(con
rammarico
della
sua futura moglie…beffata !).
Lungi
comunque
da
essere
risolto
completamente
il
mistero
dell’origine
del
popolo
Rapanui…teorie
e
piccoli
elementi
discordanti
insieme
ad
una
scarsissima documentazione alimentano molteplici riflessioni.
Per
esempio
rimane
un
mistero
la
conoscenza
della
patata
dolce
(di
origine
sud-americana),
il
famoso
muro
pre-incaico,
le
tavolette
di
Rongo
Rongo
(quasi
tutte
distrutte
dai
missionari
perchè
contenevano
i
miti
della
loro
tradizione
e
religione)
i
cui
geroglifici
sono
identici
a
quelli
ritrovati
in
India
e
in
Pakistan,
il
culto
dell’uomo
uccello
(l’avvoltoio)
e
le
relative
cerimonie
funebri
(come
quella
della
scarnificazione)
comuni
a
molte
altre
civiltà
come
quella
Egizia,
Celtica,
Araba
e
Mediorientale,
la
cultura
megalitica
(ed
il
calendario
solare
trovato
nell’isola)
comune
a
moltissimi
antichi
popoli
sparsi
nel
mondo,
il
colorito
della
pelle
degli
antichi
abitanti
troppo
bianco,
i
tratti
somatici
dei
moai
simili
a
quelli
indo-europei
(è
presente
la
barba
che
in
genere
i
polinesiani
non
avevano),
un’antica
profezia
Tibetana
(che
narra
di
un
grande
sconvolgimento
terrestre
dal
quale
si
salverà
solo
un’isola
chiamata
“l’ombelico
del
mondo”…in
seguito,
dopo
moltissimo
tempo,
anche
quest’isola
affonderà
nell’Oceano
e
sarà
la
fine
del
mondo…)
e
tanti
altri
piccoli
o
grandi
particolari.
Tutto
questo
miscuglio
di
misteri
ha
ovviamente
generato
anche
teorie
sull’origine
di
Rapa
Nui
più
fantasiose
ed
ardite
(appoggiate
soprattutto
dai
vari
movimenti
“alternativi”
…spesso
sette
e
guardate
con
diffidenza
dalla
scienza
ufficiale
“esatta”)
come
l’immancabile
perduta
Atlantide,
oppure
altre
civiltà
evolute
scomparse
10.000
anni
fa
di
cui
si
è
persa
la
memoria
storica
e
tecnologica,
oppure
i
continenti
scomparsi
di
Mu
e
Lemuria,
oppure
le
Terre
di
Davis
(Terra
Australis
Incognita),
addirittura
c’è
chi
pensa
che
i
moai
siano
stati
costruiti
a
scopo
di
controbilanciare
magneticamente
una
eventuale
disastrosa
inversione
dei
poli
terrestri
o
che
l’Isola
di
Pasqua
sia
in
comunicazione
tramite
canali
giganteschi
sotterranei
alla
valle
dell’Indo…poi
c’è
la
teoria
degli
extraterrestri
…non
si
finisce
più
….penso
che
i
misteri
e
le
storie
costruite
intorno
a
questo
piccolo
lembo
di
terra non siano seconde neanche alla Sfinge ed alla Piramide di Cheope messe insieme.
Ma
torniamo
con
i
piedi
per
terra:
le
ragazze
!
La
sera
per
una
cifra
per
niente
economica
comprammo
un
biglietto
(e
prenotammo
la
cena)
per
partecipare allo show di danze tipiche polinesiane presso l’albergo Hanga Roa.
Due dollari Usa di taxi e dieci minuti separavano il mio albergo da quello delle danze.
Volevo
aprire
una
breve
parentesi
pratica:
in
tutta
l’isola
il
dollaro
americano
circola
come
moneta
corrente
insieme
al
pesos
cileno.
Non
è
quindi
necessario recarsi in banca a cambiare il denaro se si posseggono i dollari Usa.
Sono
talmente
usati
che
anche
i
resti
avvengono
in
dollari;
persino
all’ufficio
postale,
quando
si
comprano
i
francobolli,
vengono
richiesti
dollari
Usa
(l’unica
cosa
che
nessuno
ha
capito
è
perchè
a
parità
di
francobolli
a
seconda
di
chi
capita
vengono
richiesti
importi
diversi
e
addirittura
anche
lo
stesso
francobollo per cartolina non sempre ha lo stesso importo stampato in pesos…).
Lungo
la
strada
notai
una
discoteca
con
un
bizzarro
parcheggio…praticamente
era
diviso
in
tre
zone:
una
per
le
jeep,
una
per
le
“mature”
moto
da
cross
(ricordate i vecchi Fantic Caballero ?) ed una terza per i …cavalli, mezzo di locomozione ancora molto usato.
Dopo cena ci recammo nel salone delle danze.
C’era mezzo paese ! (le occasioni di svago per gli abitanti non sono molte !)
Beh
!
posso
affermare
(oramai
dopo
3
anni
mi
sento
un
pò
esperto)
che
le
più
belle,
le
più
tipiche,
le
più
emozionanti
danze
polinesiane
sono
proprio
quelle
dell’Isola
di
Pasqua,
sono
superiori
persino
come
coreografia
a
quelle
Tahitiane…e
poi
le
ragazze:
più
belle,
più
sensuali,
più
disinvolte
…
…con
tutti
quei
cocchi
sui
seni…un
meraviglioso
incrocio…anzi
connubio…ma
che
dico?
…sinergia
tra
il
dolce
ed
erotico
di
una
polinesiana,
il
viso
grazioso
di
un europea ed il corpo di una sud-americana…wow ! …ehm scusate…mi sono fatto prendere un po’ la mano ! 😉
Anche gli uomini tatuatissimi indossavano dei vestiti molto caratteristici ed i tamburi suonavano un ritmo molto “vero”.
In
effetti
ci
tennero
a
specificare
(forse
esagerando
un
po’
…con
la
loro
tipica
presunzione)
di
essere
gli
unici
ed
ultimi
depositari
della
autentica
musica
polinesiana
(e
più
in
genere
della
cultura)
derivata
soprattutto
dall’arcipelago
delle
Tuamotu,
aggiungendo
che
oggi
l’intera
Polinesia
tropicale
attinge
(addirittura
con
scarsi
risultati)
spunto
musicale
dagli
abitanti
dell’Isola
di
Pasqua…in
pratica
è
come
se
i
Tahitiani
o
i
Samoani
o
altri
“copiassero”
la
musica di Rapa Nui per poter ritrovare le proprie origini… sinceramente mi sembra un tantino esagerato !!!
Lo
show
durò
circa
un
ora
e
si
divise
in
tre
parti
tematiche
:
l’
Hoko,
il
ballo
dalle
radici
antichissime,
molto
dolce
e
lento,
il
Sau
Sau
di
origine
Samoana
con movimenti molto vari e il Tahitiano più veloce e ritmato.
Io
feci
parte
dello
show
(mio
malgrado).
Infatti
fui
invitato
a
ballare
(cosa
che
odio..ma
in
Polinesia…non
si
può
non
accettare
!)
da
una
polinesiana
la
prima
volta
e
dal
momento
che
la
maggior
parte
degli
spettatori
si
erano
rifiutati
fui
chiamato
una
seconda.Quest’ultima
fu
la
più
rovinosa…infatti
non
sapevo
che
l’ultimo
che
ballava
era
anche
quello
che
rimaneva
per
quasi
mezz’ora
da
solo
al
centro
della
pista,
circondato
se
non
altro
dalle
bellissime
vahinè,
a
dare
spettacolo…
La
gente
(locale
e
non)
nel
vedere
l’unico
coraggioso
tentare
goffamente
di
imitare
le
movenze
tribali
polinesiane
per
tutto
quel
tempo
si
sbellicò
da
ridere
fino
a
sentirsi
male…mia
moglie
tentò
di
fotografarmi
ma
al
primo
scatto
finì
il
rullino
(e
non
sapeva
ricaricare
la
macchinetta), quindi non ho un buon servizio fotografico !
La sera stanchi andammo a nanna…mia moglie rideva ancora !
Il
giorno
seguente
ero
famoso…come
uscii
dall’albergo,
incontrai
gente
(stranieri
o
locali)
che,
additandomi
ridendo,
mi
chiedeva
(ovviamente
per
prendermi in giro) l’autografo ! o voleva che ri-facessi qualche passo di danza ! ufff !!
Quarto
ed
ultimo
giorno
ed…
ultima
escursione
…questa
volta
più
breve
e
quindi
senza
il
consueto
“pranzo
al
sacco”
consumato
nella
campagna,
circondato da grosse scrofe, gatti e cani randagi che pretendevano il loro tributo in cibo.
L’itinerario
iniziò
dal
minuscolo
museo
antropologico
appena
fuori
la
capitale
Hanga
Roa.
Sinceramente
non
fu
un
gran
che
perchè
era
veramente
piccolo
!
In
pratica
era
formato
da
due
stanze,
la
prima
era
una
rivendita
di
souvenirs
specializzati
come
videocassette
e
cd,
la
seconda
conteneva
pochi
reperti:
quasi
tutte
copie
di
pezzi
originali
tra
cui
le
tavolette
di
Rongo
Rongo,
l’unico
Moai
donna,
i
frammenti
di
corallo
dell’unico
“occhio”
di
moai
ritrovato
(pare che un tempo tutti i moai possedessero degli occhi di corallo bianco), qualche attrezzo e molti cartelli descrittivi quasi tutti in spagnolo.
In
lontananza
si
scorgeva
il
piccolo
porto
dell’isola
(con
Moai
annesso),
talmente
piccolo
ed
all’interno
di
una
stretta
insenatura
scogliosa
da
non
consentire
l’attracco
delle
navi
:
infatti
ogni
rara
volta
che
qualche
cargo
si
avventurava
sino
in
queste
acque
per
trasportare
qualche
genere
di
merce
era obbligato a fermarsi a largo dove veniva raggiunto da una grossa chiatta che faceva la spola dall’imbarcazione al porticciolo.
Dal
museo
ci
spostammo
nella
vicina
costa
ovest
dove
potemmo
vedere
una
serie
di
siti
interessanti
primo
fra
tutti
l’inquietante
moai
“con
gli
occhi
”
(in
realtà gli occhi non sono originali ma solo ricostruiti fedelmente).
Nelle vicinanze altre serie di moai restaurati, antiche abitazioni e persino un porto in pietra con lo scivolo per le canoe.
Approfittai della guida in lingua italiana e dei molti tempi “morti” per poter capire qualcosa di più della personalità di un “vero Rapanui”.
La
guida
mi
disse
di
essere
stato
uno
degli
assistenti
alla
produzione
del
film
“Rapa
Nui”,
un
film
che
lo
aveva
deluso
perchè
tagliato
nelle
sue
parti
più
interessanti,
al
quale
aveva
partecipato
quasi
tutta
la
popolazione
soprattutto
come
comparsa
per
un
compenso
giornaliero
irrisorio
appena
incrementato dall’accettare a farsi filmare (per le donne) in topless.
Impressionante
però
fu
sviscerare
tutta
la
loro
mentalità
di
Rapanui,
mentalità
che
avevo
già
parzialmente
afferrato
da
discorsi
ed
atteggiamenti
di
altre
guide:
i
Rapanui
si
sentono
polinesiani
al
100
%
(più
polinesiani
addirittura
del
resto
della
Polinesia
oramai,
per
loro,
imbastardita
dagli
Europei)
e
questo
pur
sapendo di provenire da incroci e diluizioni quasi “omeopatiche” (infinitesimali) !!!
Sono
convinti
che
quei
pochi
geni
rimasti
facciano
la
differenza
con
il
resto
del
mondo
!
Loro
sono
più
intelligenti
di
tutti
gli
altri
popoli
(ed
ebbero
il
coraggio
di
dirmelo
in
faccia
!
…quindi
io
sarei
stato
uno
stupido
al
loro
confronto
!),
loro
sono
più
intuitivi,
loro
sono
più
abili
in
qualsiasi
cosa
materiale
e
non.
Sostengono
che
studi
genetici,
non
meglio
precisati,
asseriscono
la
loro
superiorità
mentale
e
fisica
(una
specie
di
razza
ariana)
e
nessuno
può
contraddirli
perchè
tra
i
geni
dell’intelligenza
portano
con
sè
anche
i
geni
dell’ira…
si
considerano
infatti
buoni
d’animo
ma
violenti
di
carattere…ovviamente dovetti assecondarlo per “il quieto buon vivere” !
Secondo
me,
questo
presunto
separatismo
intellettivo
e
culturale
dal
resto
del
mondo,
questo
sentirsi
unici
polinesiani
a
tutti
i
costi,
unito
alla
minaccia
della
loro
indole
irosa,
nasconde
sotto
un
“movimento”
che
vuole
politicamente
essere
indipendente
dal
Cile.
Sfortunatamente
per
loro,
poichè
il
turismo
è
ancora
poco
(ma
sono
ottimisti
e
nel
futuro
vorrebbero
“diluire”
le
escursioni
in
10-15
giorni…secondo
me
un
furto
!!!)
non
sono
autonomi
e
devono
accettare,
loro
malgrado,
il
governo
centrale
cileno
che
li
“foraggia”
con
contributi
economici
e
facilitazioni:
come
non
pagare
le
tasse
od
essere
ammessi
all’Università
del
Cile
(tramite
un
pre-esame)
con
un
punteggio
più
basso
che
il
resto
dei
Cileni;
chiaramente
il
punteggio
basso
di
molti
studenti
Rapanui
fu
giustificato
immediatamente
dalla
guida
con
il
fatto
che
poichè
erano
troppo
intelligenti
per
il
programma
scolastico
spesso
si
distraevano e si annoiavano “sembrando” solo in apparenza poco preparati…
Un’altra
particolarità
degli
abitanti
dell’Isola
di
Pasqua
è
la
loro
paura
per
la
morte
e
la
malattia
unita
ad
un
forte
dose
di
superstizione.
Sono
molto
rispettosi
nei
confronti
dei
moai
e
cercano
di
non
oltraggiarli
mai
perchè
anche
se
non
fanno
più
parte
della
loro
religione
e
credenze…non
si
sa
mai
!
Cercano
di
evitare
una
casa
dove
è
morto
qualcuno
da
poco
e
se
vedono
una
persona
malata
o
ferita
in
difficoltà,
anzichè
dare
una
prima
assistenza,
preferiscono
allontanarsi
e
chiamare
un
medico
occidentale
senza
toccare
nulla.
La
loro
paura
per
la
malattie
è
talmente
grande
che
i
Rapanui
che
si
recano in continente per gli studi universitari si iscrivono a tutte le facoltà eccetto quella di medicina !
Non per niente le molte ossa umane visibili in alcune piattaforme sotto i moai stanno lì da centinaia di anni senza che nessuno le tocchi !
Prima
di
ritornare
in
albergo
andammo
a
fare
un
giro
nel
mercato
“coperto”
di
Hanga
Roa,
una
struttura
ben
organizzata
e
pulita,
dove
le
ordinatissime
bancarelle
vendevano
ogni
sorta
di
souvenirs.
Sconsiglio
di
fare
compere
in
questo
luogo
perchè
i
prezzi
sono
sensibilmente
più
alti:
giustificati
dalle
maggiori spese di gestione dell’attività (meglio il mercato scoperto e più pittoresco dove vendono anche la frutta e la verdura).
La
sera
ci
recammo
all’aeroporto
(dove
ci
regalarono
per
ricordo
le
classiche
collanine
di
conchiglie
polinesiane)
per
il
nostro
volo
(LA833
delle
21,15)
che
in
poco
più
di
sei
ore
ci
ricondusse
a
Tahiti.
Da
lì
proseguimmo
per
Los
Angeles
–
Francoforte
–
Fiumicino,
un
viaggio
di
due
giorni
che
purtroppo
ci
riportò alla dura realtà !
La
cerimonia
in
onore
ad
Hotu
Matua:
Il
mese
forse
più
suggestivo
per
visitare
l’Isola
di
Pasqua
è
Febbraio
in
quanto
si
tiene
una
delle
cerimonie
polinesiane
più
suggestive:
la
Tapati
Rapa
Nui.
Tra
l’altro
Febbraio
è
uno
dei
mesi
più
caldi
(si
riesce
a
fare
bene
il
bagno
ad
Anakena)
e
meno
piovosi;
la
visita
dell’isola
in
questo
periodo
però
è
generalmente
legata
ad
un
viaggio
in
Cile
anzichè
in
Polinesia
Francese
in
quanto
nel
paradiso
tropicale
Tahitiano a Febbraio il tempo è pessimo.
Purtroppo
la
mia
visita
è
stata
in
Agosto
e
quindi
non
ho
potuto
assistere
alla
festa
ma
me
l’hanno
descritta,
ho
letto
delle
pubblicazioni
ed
ho
avuto
l’opportunità di vedere alcune foto.
Si
tiene
ogni
anno,
forse
da
un
millennio
ed
è
in
onore
al
re
Hotu
Matua,
in
onore
alla
sua
morte
vista
come
un
passaggio
tra
la
vita
terrena
e
quella
spirituale.
Si
tratta
di
una
festa
nella
quale
gli
uomini
sfidano
per
una
settimana
la
fatica
ed
il
dolore
per
acquisire
una
migliore
popolarità
all’interno
della
piccola
comunità
(soprattutto
dalle
ragazze
;-),
una
festa,
che
se
anche
meno
cruenta
del
passato
,
è
pur
sempre
abbastanza
dura
e
violenta.
Inutile dire che come in ogni manifestazione (anche quelle minori) tutta la popolazione partecipa all’evento !
La
manifestazione
è
caratterizzata
da
una
serie
di
gare
alle
quale
partecipano
i
più
aitanti
giovani
vestiti
(o
meglio
svestiti)
dei
tipici
abiti
polinesiani,
con
le
particolari
acconciature
e
con
la
pelle
del
corpo
colorata
di
rosso
ocra
ed
adornata
dai
caratteristici
pittogrammi
neri
e
bianchi.
Una
delle
prove
consiste
nel
legarsi
con
dei
lacci
ad
una
piccola
zattera
di
tronchi
di
banano
e
sdraiati
come
su
uno
slittino
farsi
scivolare
da
un
dirupo
dritto
dentro
la
bocca
del
vulcano
spento
di
Maunga
Pui
sopportando
il
dolore
dei
sobbalzi
e
rischiando
anche
di
ribaltarsi
e
persino
di
morire…il
tutto
nell’eccitazione
e
negli
urli
della
folla.
Il
vulcano
all’interno
ospita
un
lago,
il
Norongo,
che
alla
fine
della
corsa
(se
si
è
ancora
tutti
d’un
pezzo)
deve
essere
attraversato
a
nuoto
!!!
Le
prova
termina
con
la
risalita
a
piedi
scalzi
e
(di
corsa)
del
vulcano
irto
di
pietre
e
frammenti
di
tagliente
ossidiana.
Un
altra
delle
prove
invece
inizia
con
l’attraversamento
del
lago
vulcanico
a
bordo
di
piccoli
surf
di
canne
mossi
con
la
forza
delle
braccia,
una
prova
molto
faticosa
che
prosegue
senza
sosta
e
senza
riposo
con
una
corsa
intorno
al
cratere
con
in
spalla
un
grosso
cesto
nel
quale
è
accovacciato
un
uomo
!!!
Infine
la
gara
termina con un’ultima attraversata a nuoto del Norongo. La sera: canti, balli, fiaccolate e racconti si levano alle stelle….
Curiosità:
Esiste
anche
in
Italia
una
statua
di
pietra
(Moai)
simile
(non
uguale)
a
quelle
dell’Isola
di
Pasqua:
a
Vitorchiano
(VT)
,
un
paese
sui
monti
Cimini
non
lontano
da
Roma.
Chiaramente
si
tratta
di
un
Moai
moderno
anche
se
autentico.
Fu
scolpito
dai
Rapanui
qualche
anno
fa,
proprio
per
il
paese
viterbese
in occasione di alcuni scambi culturali. Si trovava all’entrata del paese in una piazzetta “medievale” (credo che oggi sia in un museo del paese).
Un
migliaio
di
noci
di
cocco
hanno
lasciato
l’Isola
di
Tahiti
a
Gennaio
del
2002,
a
bordo
della
nave
scuola
Esmeralda,
con
destinazione
Isola
di
Pasqua
dove
saranno
piantate
nel
tentativo
di
rimboschirla
come
un
tempo.
Le
noci
di
cocco,
così
come
500
esemplari
di
alberi
del
pane
e
di
palme
da
cocco,
fanno
parte
dei
doni
che
regolarmente
vengono
inviati
dall’amministrazione
della
Polinesia
Francese
ai
loro
lontani
cugini
dell’Isola
di
Pasqua
situata
a
più
di
3.000
chilometri
di
distanza.
Attualmente
(2002)
solo
pochi
ettari
della
superficie
dell’Isola
sono
ricoperti
da
una
piccola
foresta
di
eucalipti
e
da
un piccolo palmeto (spiaggia di Anakena) piantato in occasione nel film Rapanui.
Da
un
batterio
scoperto
all’Isola
di
Pasqua
è
stato
«isolato»
un
composto
chiamato
Rapamicina
(appunto
dal
nome
dell’isola
«Rapanui»)
con
il
quale
si
compongono una serie di farmaci antibiotici e per la cura di malattie genetiche.
Nuove
ipotesi,
Settembre
2006:
da
recentissimi
scavi/studi
si
ipotizza
che
la
popolazione
di
Rapa
Nui
non
superò
mai
i
3000
abitanti
e
che
quindi
non
fu
l’unica
responsabile
della
deforestazione.
Probabilmente
il
ratto
polinesiano,
introdotto
a
scopo
“culinario”
dai
primi
Polinesiani,
contribuì
in
maggior
parte alla distruzione delle foreste di palme.